L’Autoritratto tra Medioevo e Rinascimento

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L’Autoritratto tra Medioevo e Rinascimento
Parmigianino, Autoritratto

Con l’avvento del Medioevo, il genere autoritrattistico inizia a fare la sua comparsa, sebbene ancora non sia un genere a sé stante ma un inserimento all’interno di componimenti ben più ampi. Si parla infatti di “autoritratti ambientati o situati”. Questa tipologia serviva per porre ulteriormente l’accento sulla paternità dell’opera stessa che adesso non era solo riconducibile al suo creatore dai contemporanei, ma anche dalle generazioni successive che vi riconosceva l’artista.

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Non importava avere una corretta raffigurazione fisiognomica, ma quello che contavano erano le connotazioni sociali e professionali. Nel Medioevo l’artista era ancora visto come un mero artigiano che eseguiva dei lavori che gli venivano commissionati da altri. Senza quindi dover necessariamente avere quella caratura culturale della quale avrebbero goduto i pittori e gli scultori dei secoli a venire. Talvolta vi era anche un accostamento tra la figura dell’artigiano e del donatore, rappresentati insieme in preghiera. È questo il caso della decorazione che lo scultore Ursus realizzo di sé e del duca Ilderico tra il 739 ed il 740, sull’altare dell’Abbazia di San Pietro in Valle nella nostra vicina Ferentillo.

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Altre inserzioni dei volti degli artisti-artigiani ci vengono riportate dallo stesso Giorgio Vasari che riportò la notizia di alcuni autoritratti eseguiti da Giotto a Napoli (presso il cantiere di Castel Nuovo), a Gaeta (ove si sarebbe inserito in alcune scene del Nuovo Testamento) e a Firenze. Qui si sarebbe ritratto accanto a Dante nella Cappella del Podestà, nota anche come Cappella della Maddalena, nel Palazzo del Bargello (1334-1337).
Ma è in epoca Rinascimentale che si sviluppano l’uso e la tecnica del genere dell’autoritratto, che acquisisce sempre più dignità artistica e autonoma oltre che una vasta diffusione.

Sul piano tecnico, infatti, il proliferare di nuovi materiali e di nuove modalità di stesura del colore (si pensi in particolare alla pittura a olio) resero possibili notevoli miglioramenti nella resa sia disegnativa che coloristica e chiaroscurale dei dipinti stessi. Inoltre, il perfezionamento e la notevole diffusione dello specchio facilitarono il compito dei pittori nell’atto di autoritrarsi. Si impose un modello compositivo prevalente, ossia quello caratterizzato dallo sguardo obliquo del soggetto e dalla posa di tre quarti. Va però ricordato che è solo a partire dal 1516 che si iniziano a produrre (a Murano) specchi piatti come quelli che siamo abituati ad avere nelle nostre case.

Sino ad allora erano diffusi specchi convessi che generavano una distorsione ottica dal centro all’esterno del soggetto. Ciò rendeva particolarmente difficile la percezione della propria immagine riflessa e di conseguenza il suo trasferimento sul supporto scelto per autoritrarsi. Pensiamo all’Autoritratto entro uno specchio convesso che il Parmigianino realizzò nel 1524 e che donò a Papa Clemente VII per presentarsi, come fosse un suo biglietto da visita. Quello che cambia è anche la prospettiva culturale dell’uomo che si vede ora al centro del creato. Ciò porta ad un accrescimento dell’interesse nei confronti del suo volto umano. Sia per i suoi tratti fisiognomici che per quelli psicologici visibili attraverso le espressioni facciali, sfumature altamente ricercate e studiate.

L’uomo artista esce dalla sua condizione di mero artigiano, diventando una figura professionale a tutto tondo, fatta di gestualità creativa e culturale. Già sul finire del XIII secolo inizi XIV, l’artista inizia a frequentare i grandi letterati del tempo (vedi l’amicizia tra Simone Martini e Petrarca). Si compie, in circa due secoli, una forte scalata sociale dell’artista, ora in una posizione di assoluto prestigio culturale.

Marco Grilli

Storico e critico d’arte, ho fatto della cultura la mia mission. Ho curato mostre, realizzato pubblicazioni, redatto testi critici e sono entrato nel mondo digitale, qualificandomi come Content Manager 2.0. Il web è, infatti, la nuova “frontiera culturale” e l’arte è sempre più universale. Con questa consapevolezza possiamo diffondere il sapere.

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