Impressionismo e avanguardie

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Impressionismo e avanguardie
Claude Monet, The Zuiderkerk. Amsterdam

Fino al due settembre 2018 il Philadelphia Museum of art si trasferisce a Milano, a Palazzo Reale. Sono state selezionate cinquanta opere che riflettono la pittura a cavallo tra Ottocento e Novecento. Tra queste, lavori di Bonnard, Monet, Cézanne, Degas, Gauguin, van Gogh, Brancusi, Klee fra gli altri. Assemblate in un percorso attraverso nove sale. Credo ci si possa soffermare sulla seconda dedicata ai Paesaggi: luce e natura en plein air. Il periodo in cui i pittori francesi scelgono di dipingere la natura in presa diretta, dal vivo. Roberto Tassi racconta che nel 1880 Monet riceve a Vétheuil, un paese sulla riva destra della Senna, la visita del giornalista Emile Taboureux. Ad un certo punto gli chiede di mostrargli il suo atelier.

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Il pittore indica con un gesto la Senna e la campagna e risponde: “Voilà mon atelier”. Per registrare le impressioni dettate dalle variazioni della luce, dall’atmosfera, dal clima, dalle vedute urbane, dai parchi e i boschi lungo le rive del fiume. Bisogna ancora ricordare l’articolo che Mallarmé scrive per Art Monthly Review per spiegare agli inglesi il plein air. Il poeta si propone di presentarlo come la strada intrapresa dall’arte in un momento di crisi. E allora scrive che gli artisti si servono di colori semplici, freschi, stesi con leggerezza.

Raggiungono subito i loro scopi per la luce che “fonde e vivifica ogni cosa”. Ma Mallarmé è anche un fine osservatore e non può fare a meno di sottolineare il limite dell’impressionismo come movimento che ripropone quasi sempre gli stessi soggetti: “prati fioriti, ponticelli, strade di campagna, cancelli, covoni, vasi di fiori, stagni e pontili”. Tutto ciò che si intravede in una passeggiata. Solo che poi si incontra uno come Monet, pittore inarrivabile nell’affrontare il tema dell’acqua. Come si può constatare nel suo dipinto del 1874: The Zuiderkerk. Amsterdam. In questo quadro l’osservatore è immerso nella natura e in un paesaggio architettonico che sembrano in fibrillazione. Una materia pittorica che riflette la grande passione per l’elemento liquido e gli infiniti mutamenti dei colori. Lo scatto del minuto che frammenta lo scorrere del tempo.

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Edgar Degas, The ballet class

Anche se Degas partecipa a sette delle otto mostre degli Impressionisti non lo si può inserire tout court all’interno del movimento. Soprattutto se consideriamo uno dei suoi soggetti più noti: il movimento dei corpi nella danza. In mostra è inserito The ballet class del 1880. Edgar Degas è convinto che nessuna arte è meno spontanea della sua. Anche se in questo quadro la spontaneità sembra prevalere. Ha ripreso alcune giovani ballerine dell’Opera di Parigi nel modo più naturale, mentre si esercitano dietro le quinte. L’artista si serve di una “formula disorientante”, come la definisce Roberto Calasso ne La folie Baudelaire (Adelphi editore 2008). Intanto lo spazio vuoto, diagonale, tra i due gruppi di figure. E poi quella donna allungata sulla sedia che legge un giornale. Ma soprattutto i gesti delle ballerine che non hanno nulla delle pose suggestive, dei gesti autonomi tipici del balletto. Anzi sono mostrate in atteggiamenti scomodi. Come vittime di “un’esausta fisicità”.

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Paul Cézanne, Le Quartier du Four à Auvers -sur-Oise

Nella quinta sala troviamo il dipinto di Cézanne, Le Quartier du Four à Auvers -sur-Oise del 1873. Un piccolo villaggio a nord-ovest di Parigi. Il dipinto considerato spartiacque, perché dovrebbe testimoniare la grande svolta: il passaggio dal postimpressionismo alle avanguardie. Come sappiamo, gli elementi che Cézanne utilizza nella sua pittura sono il cubo, il cilindro e la sfera. I soli in grado di dare corpo alle apparenze, esprimendo “le strutture profonde dell’essere”. Il paesaggio è quindi articolato in forme geometriche. Le uniche in grado di superare la fragile temporalità degli impressionisti.

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Costantin Brancusi, The Kiss

Nella sesta sala c’è posto per la scultura di Costantin Brancusi: The Kiss del 1907. L’opera la si può interpretare come la versione primitiva del Bacio di Rodin. Con i corpi giovanili avvinghiati in un movimento a spirale. In Brancusi le due figure si fronteggiano. Sono l’uno di fronte all’altra. In completa fusione. Negli occhi. Nelle labbra. Direttamente sbozzate nel blocco di pietra. Con le braccia quasi sovrapposte che le circondano.

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Jean Metzinger, Tea time (Woman with a tea spoon)

Vorrei ancora suggerire gli ultimi due quadri: Tea time (Woman with a tea spoon) di Jean Metzinger. Quando il dipinto fu esposto a Parigi nel 1911 al Salon d’Automne il critico d’arte Salmon lo definì “La Gioconda del cubismo”. È il periodo in cui Picasso e Braque tendono a far svanire la figura. In Metzinger invece la scansione geometrica del quadro, non ne compromette la leggibilità.

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Paul Klee, Village Carnival

L’altro appartiene a Paul Klee: Village Carnival del 1926. Il lavoro artistico di Paul Klee è stato un continuo oscillare tra l’introspezione, l’astrazione e la rappresentatività. Tra il simbolismo e la narrazione. Come in questo quadro con i colori vivaci, piatti, un po’ acidi, e spesso vistosi.

Fausto Politino

Laureato in filosofia, iscritto all’ordine dei pubblicisti di venezia e già collaboratore del Mattino di Padova. Ora scrivo per la Tribuna di Treviso. Potete seguirmi anche su Twitter: PolitinoF.

La mostra

IMPRESSIONISMO E AVANGUARDIE. CAPOLAVORI DAL PHILADELPHIA MUSEUM OF ART. Palazzo Reale Milano. Fino al 2 settembre 2018.

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