Armonie verdi. Paesaggi dalla Scapigliatura al Novecento

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Armonie verdi
Daniele Ranzoni, studio di paesaggio fluviale

Chi avesse intenzione di trascorrere qualche giorno di vacanza a Verbania, sul Lago Maggiore, rubi una frazione di tempo al meritato relax per andare a vedere Armonie verdi, la mostra allestita al Museo del Paesaggio. L’intenzione dei curatori della rassegna, la storica dell’arte Elena Pontiggia e la responsabile della Collezione Cariplo Lucia Molino, è dare conto delle diverse interpretazioni della pittura di paesaggio, mediante la selezione di cinquanta opere. Si parte dalla centralità che il tema occupa nelle tele di fino Ottocento. Molto bello lo studio di paesaggio fluviale del 1872 di Daniele Ranzoni.

Armonie verdi
Antonio Donghi, convento

Una raffigurazione luminosa, qua e là intercalata da interferenze scure, del corso dell’acqua con i ciottoli in primo piano che rubano la scena. L’assetto diagonale del quadro contribuisce al movimento dell’immagine. L’impressione che se ne ricava rimanda a un realismo dilatato, quasi sfumato, che si allontana dalla precisione del tratto rendendo il paesaggio simile a una visione. Come sottolinea la Pontiggia, nella rassegna ci troviamo di fronte a un modello di pittura non amato dai futuristi. Boccioni e compagni sostengono di non poterne più “di tutti questi impotenti pittori da villeggiatura”. Loro cercano il paesaggio urbano. La città non la natura. Negli stessi anni Picasso se la prende con gli impressionisti: nelle loro opere “si vede che piove, si vede che splende il sole, ma non si vede mai la pittura”. Ma in pittura, come nell’amore, non bisogna “mai dire mai”.

Armonie verdi
Mario Tozzi, la passeggiata

Il paesaggio osteggiato dai futuristi si riafferma nelle poetiche del Ritorno all’ordine e del Novecento italiano. Negli anni venti del secolo scorso, ciò che vi vuole imprimere nelle tele è la solidità. La corposità architettonica. Un esempio tipico è il Convento di Antonio Donghi del 1928. Il soggetto della tela è il convento di San Bonaventura a Roma. Il cielo ha i cromatismi di un’antica carta assorbente. Le alte pareti dell’edificio si accaparrano il primo piano. La non presenza di figure umane contribuisce a creare quel clima straniante che la critica ha denominato realismo magico. La stessa mancanza umana la troviamo ne La passeggiata di Mario Tozzi.

Armonie verdi
Mario Sironi, il lago

L’impianto cromatico ricorda qualcosa dell’impressionismo. Nella colorazione azzurra della balaustra di ferro e delle ombre in primo piano. Ma non c’è quel baluginare luminoso che caratterizza Monet, troviamo più compattezza. Magari per quei caseggiati sullo sfondo che controllano e limitano il movimento ondoso dell’acqua. Alla metà degli anni venti, sempre del novecento, Mario Sironi abbandona il paesaggio urbano e si cimenta con quello naturale. Come si può notare ne Il lago del 1926. Anche in quest’opera risalta la solidità volumetrica. Agli antipodi se paragonata all’ariosità dell’impressionismo. Il lago è una superficie densa, compatta, non ci sono tracce di vibrazione segnica, anche se un gorgo al centro sembra agitarla. Il pittoresco e il grazioso sono aboliti. Si respira qualcosa di cupo, di un tempo senza tempo, immobile. Come eternamente immobili sono quelle montagne che incastonano il lago. Le pennellate sono consistenti, violente, cercano l’approssimazione. Tendono alla sintesi, “intesa come ricostruzione abbreviata e geometrizzante della forma”.

Armonie verdi
Filippo de Pisis, temporale o tempesta

Il carattere tetro della scena raffigurata incombe anche nel Temporale o Tempesta di Filippo De Pisis. Siamo ormai negli anni trenta, l’impostazione del paesaggio cambia ancora, si comincia a dipingere con un segno che vibra, irrequieto. Si torna a “una pittura meno volumetrica”. Come fa De Pisis nel suo naturalismo metafisico. L’impianto figurativo è puntellato da tracciati contratti. La campagna è sovrastata da comparti nuvolosi alla Tiepolo, da cespugli che il vento agita. In primo piano la sofferente immagine di una rondine sballottata dalla violenza degli elementi. Siamo lontani dalla “volontà costruttiva del primo dopoguerra”, come annota la Pontiggia. Il quadro suggerisce “un nuovo senso di precarietà”, compatibile “con la storia sempre più drammatica dell’epoca”.

Fausto Politino

Laureato in filosofia, iscritto all’ordine dei pubblicisti di venezia e già collaboratore del Mattino di Padova. Ora scrivo per la Tribuna di Treviso. Potete seguirmi anche su Twitter: PolitinoF.

La mostra

ARMONIE VERDI. PAESAGGI DALLA SCAPIGLIATURA AL NOVECENTO. Verbania, Museo del Paesaggio. Fino al trenta settembre 2018.

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