Vita in risaia. Lavoro e socialità nella pittura di Angelo Morbelli

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Angelo Morbelli, per ottanta centesimi!

Angelo Morbelli (1853-1919), è un esponente di spicco del divisionismo italiano. Di origine piemontese, a contatto con le risaie, ha dipinto opere suggestive sul lavoro delle mondine. Seguendo la tendenza che oggi sembra prevalere nel mondo espositivo, si possono vedere messe a confronto due suoi quadri in tema. Al Museo Borgogna di Vercelli nell’ambito della mostra, Vita in risaia. Lavoro e socialità nella pittura di Angelo Morbelli. Fino al primo luglio 2018. Forse è necessario ricordare che la mondina, il nome deriva da mondare, pulire, è una lavoratrice stagionale che negli anni tra l’800 e il 900, nelle campagne tra Novara e Vercelli, è utilizzata per strappare le erbacce che invadono le piantine di riso. Consentendo solo a loro di crescere. Un’operazione che oggi è lasciata ai diserbanti.

Ma le mondine non si limitano solo a questo. Devono anche trapiantare i vegetali in risaia. Dalla fine di aprile ai primi di giugno si allagano i campi per evitare che il notevole sbalzo termico primaverile danneggi le piante. Le donne lavorano quindi in condizioni estreme, con l’acqua che arriva fino alle ginocchia provocando dolori alle gambe. Punzecchiate dalle zanzare, si difendono con calze di cotone, compresa quella anofele che causa la malaria. Assalite dalle sanguisughe e poi l’azione del sole. Si proteggono il volto con un cappello a larghe tese e con un fazzoletto. Chi vuole farsi un’idea può cercare nel web Riso amaro il film di Giuseppe De Santis con Silvana Mangano del 1949.

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Il titolo dalla tela, per ottanta centesimi!, pone l’attenzione sul modesto salario delle mondine. Morbelli le inquadra di schiena, chinate da chissà quanto tempo. Possiamo immaginare i dolori conseguenti all’innaturale posizione assunta. Curvate mentre trapiantano il riso. La risaia sembra non finire mai, con gli steli della pianta che emergono dalle basse distese d’acqua, ben posizionati nelle loro impostazioni, indifferenti alla sofferenza che li circonda. Sofferenza che sembra incrementarsi per il riflesso dei corpi nell’acqua. La durezza del quadro scaturisce anche dalla vastità della risaia che sembra non finire mai. Morbelli non ha dipinto il cielo, forse perché le mondine non hanno la possibilità di guardarlo.

Angelo Morbelli, risaiuole

Uno squarcio di cielo che invece si vede nelle Risaiuole del 1897. Morbelli cambia inquadratura, l’impostazione prospettica è diversa. Escludendo la donna sulla destra, le forme realizzate nel colore sono più compatte. Le piantine che si riflettono nell’acqua danno l’impressione di aculei crudeli. Poi diventano una massa cromatica che annulla le caviglie e le ginocchia delle lavoranti. Qualcuno ha fatto notare che questi assunti visivi rimandano ai dipinti di Millet. Può anche essere vero, si respira la stessa suggestione. Ma in Morbelli non si legge una pacata rassegnazione. A mio parere le sue mondine sono immerse in una natura meno condiscendente, all’interno della quale traspare la crudele fatica del lavoro per sopravvivere.

Fausto Politino

Laureato in filosofia, iscritto all’ordine dei pubblicisti di venezia e già collaboratore del Mattino di Padova. Ora scrivo per la Tribuna di Treviso. Potete seguirmi anche su Twitter: PolitinoF.

La mostra

VITA IN RISAIA. LAVORO E SOCIALITÀ NELLA PITTURA DI ANGELO MORBELLI. Museo Borgogna di Vercelli. Fino al primo luglio 2018

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