
L‘esplorazione del simbolismo ci porta questa volta in Spagna. C’è un artista che fece del silenzio e della musica l’anima della propria pittura. Si chiamava Rogelio de Egusquiza. Rogelio nacque a Santander, in Spagna, nel 1845. Già da giovanissimo mostrò un talento naturale per il disegno, tanto che iniziò a studiare pittura sotto la guida di Francisco Mendoza. A 15 anni si trasferì a Parigi, la capitale dell’arte del tempo. Qui frequentò l’École des Beaux-Arts e venne influenzato dallo stile di Léon Bonnat, noto per i suoi ritratti realistici e raffinati.
Tra il 1862 e il 1875 viaggiò in lungo e in largo per l’Europa: Belgio, Olanda, Germania. Ogni tappa contribuì ad arricchire la sua sensibilità visiva. Tornato a Parigi, si avvicinò a pittori come Fortuny e adottò uno stile elegante, mondano e raffinato. Inizialmente dipinse soggetti storici, ma ben presto il suo interesse si rivolse al ritratto borghese. I suoi personaggi, spesso tratti dall’alta società, sembrano sospesi in un’atmosfera di calma e introspezione.
Il vero spartiacque della sua vita fu il 1876, quando ascoltò per la prima volta un’opera di Richard Wagner. Ne rimase folgorato. Da quel momento, l’arte di Egusquiza cambiò radicalmente. Nel 1879 assistette a Monaco alla tetralogia wagneriana L’anello del Nibelungo. Fu un’epifania. Le idee di Wagner, redenzione, purezza, sacrificio, divennero i temi portanti della sua pittura simbolista.

Nel 1900 presentò all’Esposizione Universale di Parigi una serie di cinque stampe ispirate all’opera Parsifal. Vinse la medaglia d’argento e fu insignito della Légion d’Honneur. Opere che ancora oggi emanano un’aura di silenzioso misticismo. Non fu solo ispirato da Wagner: lo conobbe di persona. Ne dipinse alcuni ritratti, così come quelli di Arthur Schopenhauer e del re Ludwig II di Baviera, altro appassionato wagneriano. Le sue tele non illustrano: evocano. Sono pause visive della musica.
Aderì al simbolismo, ma sempre filtrato dalla sua devozione per l’estetica wagneriana. Le sue figure femminili sono ieratiche, ascetiche, spesso immerse in un’atmosfera rarefatta e sacra. Un’arte che cerca l’eterno nel volto umano. Morì a Madrid nel 1915, dopo una vita trascorsa a dipingere la musica, l’anima, il mito. La sua opera rimane ancora oggi un ponte tra la pittura e il pensiero musicale, tra il visibile e l’invisibile.
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Questo post fa parte di un percorso attraverso il Simbolismo. Per scoprire i temi, gli autori e le opere di questo movimento affascinante e poco esplorato, segui l’etichetta #simbolismoesimbolisti
C.C.
Fonti: Il Simbolismo, da Moreau a Gauguin a Klimt, a cura di Genevieve Lacambre, Ferrara Arte Editore, Ferrara, 2007.































