
Benvenuti a questo nuovo post dedicato alla natura morta, un genere artistico che cattura l’essenza degli oggetti inanimati come fiori, frutta, verdura, cacciagione o pesce. Durante il mio periodo formativo presso la scuola d’arte a Ferrara, ho passato innumerevoli ore a copiare bottiglie, vasi e frutta, affinando la mia tecnica nel disegno dal vero. Quel periodo mi ha insegnato l’importanza e la bellezza celata dietro ogni singolo oggetto rappresentato.
Il termine “natura morta” emerge tra il XVII e il XVIII secolo, originariamente connotato da una certa sufficienza, spesso considerato un genere “minore” rispetto all’arte “alta” che rappresentava temi storici o divini. Tuttavia, questo genere ha radici ben più profonde, con esempi già presenti nell’antichità, da rilievi funerari egiziani a pitture murali romane che raffiguravano oggetti quotidiani o doni ospitalieri, noti come xenia.
Un interessante sottogenere di natura morta è la “vanitas”, che riflette sulla vanità delle ambizioni terrene attraverso simboli di mortalità e transitorietà. Questo tema verrà esplorato più dettagliatamente in un post futuro. Nonostante la sua nascita in contesti di contestazione, la natura morta si è saldamente radicata nel mercato dell’arte europea. Dai tempi bizantini e medievali, gli artisti hanno arricchito scene di vita sacra con elementi di vita quotidiana, trasformando gradualmente la natura morta da semplice sfondo a protagonista delle tele. Attraverso l’arte della natura morta, gli artisti possono esprimere la profondità e la complessità degli oggetti comuni, trasformando una brocca o un limone in meditazioni visive sulla natura umana e sulla nostra percezione del mondo.

Dal Trecento in poi
Durante il Trecento in Italia, il gusto per la raffigurazione realistica degli oggetti in spazi definiti si sviluppa considerevolmente. Artisti come Giotto, Lorenzetti e Taddeo Gaddi iniziano a esplorare con maggiore attenzione la rappresentazione di oggetti quotidiani, inserendoli in contesti naturali e dettagliati. Questo interesse per il dettaglio e per il realismo si manifesta ulteriormente nel XV secolo attraverso le miniature fiamminghe e le tarsie italiane, dove gli oggetti assumono una sorta di autonomia visiva grazie a un’accurata gestione delle proporzioni geometriche tra spazio e forme.
Un esempio notevole di questa tendenza è visibile negli studioli di Federico da Montefeltro a Urbino e Gubbio, dove armadi aperti mostrano scaffali pieni di libri e strumenti scientifici, anticipando gli sviluppi della natura morta come genere autonomo. Infatti, il genere della natura morta raggiunge una piena autonomia solo nel Cinquecento, definendosi come un genere pittorico a sé stante e ottenendo grande popolarità in Italia, Germania, Spagna e nei Paesi Bassi. Considerato spesso la prima vera natura morta indipendente occidentale, è il quadro che mostra una pernice appesa, firmato Jacopo de’ Barbari.
Questo sviluppo fu strettamente legato alla nascita di una nuova committenza costituita da mercanti ricchi e banchieri, una sorta di alta borghesia che si affiancava all’aristocrazia tradizionale. Di conseguenza, nacque una forte domanda per opere di piccolo formato, ideali per adornare le abitazioni di questi nuovi ricchi committenti. Le botteghe d’arte risposero a questa richiesta offrendo un’ampia gamma di opere in questo stile, consolidando la natura morta come un genere indipendente e apprezzato per la sua capacità di catturare la quotidianità e l’eleganza degli oggetti inanimati.

Dal Seicento in poi
Il genere della natura morta, in particolare la pittura floreale, ha origini profonde che risalgono al periodo della pittura sacra, ma si è notevolmente sviluppato nella pittura profana. Giovanni da Udine, con le sue grottesche ricche di elementi naturali, ha avuto un impatto significativo sullo sviluppo di questo genere. Tuttavia, è Georg Hoefnagel alla fine del Cinquecento che viene considerato il vero precursore della natura morta floreale, adattando la minuziosa tecnica delle miniature alla pittura di cavalletto.
Il Seicento rappresenta l’età d’oro della natura morta, con l’Olanda che emerge come il centro principale di questo genere artistico. Durante questo periodo, in un contesto di crescente ricchezza e borghesia nelle province del Nord, opere raffiguranti fiori, tavole imbandite, vasellame e cacciagione raggiunsero livelli elevati di artificio illusionistico e ottennero una diffusione e un apprezzamento senza precedenti. Questo rifletteva non solo il gusto olandese per la rappresentazione realistica, ma spesso anche una dimensione morale, con i fiori e gli oggetti dipinti che simboleggiavano vanità e transitorietà della vita.
Inoltre, lo stile delle nature morte seguiva l’evoluzione delle altre categorie pittoriche come la pittura storica, il paesaggio, il ritratto e la pittura di genere, mostrando una versatilità che permetteva ai pittori di esplorare varie tematiche artistiche e tecniche. La natura morta quindi, oltre a essere un piacere visivo, fungeva spesso da strumento per meditazioni più profonde sulla vita, sulla morte e sulla morale.

Qualche nome di artista di nature morte
Nel panorama artistico della natura morta, ogni paese ha sviluppato una distintiva tradizione che riflette un’unicità culturale e stilistica. In Olanda, artisti come Ambrosius Bosschaert, Pieter Claesz e Willem Kalf hanno elevato il genere, insieme a Rembrandt, che ha contribuito in maniera eccezionale. In Italia, figure come Caravaggio, Evaristo Baschenis, Paolo Porpora e Giovanni Ruoppolo hanno reso vivace la tradizione di questo genere, con Caravaggio che emerge fin dal tardo XVI secolo come un maestro che paragonava la difficoltà di dipingere fiori a quella delle figure umane.
Le Fiandre vantano artisti come Jan Bruegel dei Velluti, Daniel Seghers e Frans Snyders, mentre in Spagna si distinguono Juan Sánchez Cotán e Francisco Zurbarán, noti per la loro chiarezza compositiva e l’uso di una luce laterale per definire i volumi degli oggetti su uno sfondo scuro. In Francia, il genere raggiunge un apice nel XVIII secolo con artisti come Chardin, seguito da Lubin Baugin, Jacques Linard e Louise Moillon.
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Nel XIX secolo, la natura morta acquisisce un ruolo significativo grazie ad artisti come Henri Fantin-Latour, Gustave Courbet, Paul Cézanne e Vincent van Gogh. Nel XX secolo, il genere si evolve ulteriormente con il cubismo e il purismo, e artisti come Giorgio Morandi che quasi esclusivamente si dedicano alla natura morta. Movimenti come il dadaismo e il surrealismo trasformano ulteriormente il genere, introducendo oggetti di uso quotidiano in maniere innovative e a volte gigantesche, superando i confini tradizionali della natura morta.
Queste evoluzioni dimostrano come la natura morta non sia solo una rappresentazione artistica di oggetti inanimati, ma un campo ricco di esplorazione formale ed espressiva che continua a evolversi e ad adattarsi attraverso i secoli, riflettendo cambiamenti culturali e intellettuali nella società.
Continua l’esplorazione …
La natura morta come il ritratto che ho largamente trattato, conosce dei sottogeneri che tratteremo più avanti.
Per scoprire di più sulla natura morta, segui l’etichetta #naturemorte(nonmorte)
C.C.
Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui
































