Nature morte (non morte), Vincenzo Campi

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Nature morte (non morte), Vincenzo Campi
Vincenzo Campi, fruttivendola, 1580 circa, Pinacoteca di Brera, Milano

Ci rendiamo conto raramente di quello che era l’alimentazione prima della rivoluzione settecentesca che introdusse nella vita quotidiana prodotti come il pomodoro, lo spaghetto, la patata e che diede finalmente retta ai dettami, fino ad allora poco seguiti, di san Carlo Borromeo che promuoveva il granturco. Era all’epoca d’obbligo il cavolo che appare nelle prime nature morte, precedenti addirittura alle invenzioni caravaggesche. Qui vediamo le creazioni di Vincenzo Campi, cremonese non a caso, poiché Cremona nel Cinquecento era più popolosa di Londra ed era la più ricca centrale d’alimentazione nella più ricca parte d’Europa ovvero la Lombardia.

La sua Fruttivendola, leggermente fiera e imbarazzata, è vestita per la festa e propone il campionario completo di ciò che la campagna fornisce attraverso le stagioni, dalle cerese (ciliege da sempre note) ai perzigh (le pesche da poco introdotte dalla Persia). Vediamo anche nel dipinto i fichi, scoperti nella dieta ebraica, e il gelso la cui foglia era sostentamento per i bachi da seta, mentre il frutto era molto amato dai bambini.

Poi nel Cristo in casa di Marta e Maria, riecco un’altra serva vestita elegantemente che sembra la stessa di prima, ma cambiata d’abito. Il menu è quello tipico lombardo d’allora. Radici, carote e cavoli, pesci rigorosamente d’acqua dolce, in mezzo alla piccola cacciagione di pennuti e a un cinghiale. Il dipinto ha una evocazione evangelica, perché racconta la cucina dove Marta è al lavoro e dove Gesù viene a farle i complimenti per l’opera. Ma è evidente che il vero protagonista dell’opera è il cibo.

Vincenzo Campi, Cristo in casa di Marta e Maria
Vincenzo Campi, Cristo in casa di Marta e Maria, 1580 circa, Palazzo Coccapani, Modena

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Questo post fa parte di una serie di piccoli giochi di curiosità dedicati alle nature morte. Leggi altro seguendo l’etichetta #naturemorte(nonmorte)

C.C.

Fonti: Il museo immaginato, Philippe Daverio, Rizzoli, Milano, 2011

4 Commenti

  1. Penso che la veste sia un simbolo devozionale aderente alle direttive espresse da San Carlo Borromeo nelle Istructiones Fabricae et Suppellectilis Ecclesiasticae. Anche la chiesa di San Fedele a Molano potrebbe apparire chic… in realtà ci troviamo davanti al tipico esempio di arte controriformata, un connubio di rigore e devozione. Stanotte mi è capitato di sognare un fruttivendolo… un sogno buffissimo! Mi trovavo in una stanza e facevo parte di un gruppo di femministe che mi avevano incaricato di fare delle fotocopie… una volta in strada (tipico paesino delle parti del lombardo veneto)mi è venuta voglia di un’arancia e in quel paesaggio desertico – a tratti desolato- ho trovato un banco di frutta e vedura. Mi ricordo anche il prezzo dell’arancia. Tredici centesimi. Al risveglio ho pensato a questo quadro e l’eleganza della fruttivendola mi è apparsa come il ritratto morale di un soggetto che viene raccontato nelle sue qualità di uomo. Non è questione di rango.

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