Amor omnia vincit, Caravaggio

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Amor omnia vincit
Caravaggio, Amor omnia vincit

Vi guarda con il suo sorriso ambiguo Amor omnia vincit di Caravaggio. È sicuramente un’opera ambigua, ma non per ciò che salta all’occhio subito e cioè quel giovane, forse amante del pittore, con una gamba appoggiata sul letto disfatto. È ambigua perché esalta l’amore, ma forse anche la sensualità, l’eros, il potere della carnalità. Cupido o se preferite Amore o ancora Eros, è il protagonista del dipinto, dio dell’amore e del desiderio sessuale nella religione e nella mitologia greca. L’amore vince su tutto e infatti ai suoi piedi giacciono inermi gli strumenti delle scienze, delle arti e della guerra e quindi il sorriso del giovane dio è anche di soddisfazione, di vittoria.

Il quadro era stato acquistato dal genovese Vincenzo Giustiniani (l’antico proprietario dell’attuale Palazzo del Senato a Roma), uomo dall’aspetto severo giunto a Roma per fare il banchiere, investendo tutti i risparmi che gli erano rimasti dopo che i turchi gli avevano portato via l’isola greca di Chio, da secoli proprietà della famiglia. Per meriti economici fu immediatamente fatto marchese e grazie ai suoi rapporti con la Chiesa divenne uno dei più ricchi e potenti uomini di Roma. Fine collezionista, Vincenzo teneva il quadro in casa nascosto da una tendina perché forse anche a lui sembrava conturbante, sfacciato e un po’ fuori luogo.

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Il quadro è oggi a Berlino, arrivato nella capitale tedesca per caso. Quando le truppe napoleoniche misero in ginocchio Roma, uno dei napoleonici che fece fortuna, inizialmente come esperto di drenaggi idrici, fu tale Tourloin. Divenne ricco, nobile e potente, assumendo il nome di “principe di Torlonia“. Fu noto usuraio, prestando soldi con tassi d’interesse altissimi in modo da poter strappare beni preziosi ai poveretti che non riuscivano a restituire il prestito. Vittima del principe di Torlonia fu proprio l’ultimo dei Giustiniani che gli lasciò quasi tutto ciò che possedeva, compreso il dipinto di Caravaggio. Torlonia a sua volta lo vendette, dopo il Congresso di Vienna, al re di Prussia che stava riorganizzando all’epoca i musei di Berlino.

Una curiosità. C’è da chiedersi come mai il colore delle ali degli angeli cambia con l’evolvere del tempo. Le ali colorate provengono dalla tradizione bizantina d’oriente e furono importante nell’arte occidentale alessandrina dai veneziani quando rubarono le spoglie di San Marco da Costantinopoli. Di conseguenza poi le ali colorare furono replicate ovunque. Erano il simbolo della cultura d’Oriente e per questo motivo Giotto, l’innovatore, le fece per primo monocrome ai suoi putti. Solo con la caduta di Costantinopoli non fu più necessario esprimere attraverso le ali un’appartenenza o una non-appartenenza al mondo bizantino. Le ali quindi poterono diventare ciò che si desiderava. Alcuni artisti le dipinsero bianche, ma Caravaggio, con il suo umore nero, le dipinse del colore conseguente.

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Letture consigliate

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➡ Caravaggio, Maurizio Calvesi http://amzn.to/2pASeP5
➡ Caravaggio segreto. I misteri nascosti nei suoi capolavori, Costantino D’Orazio http://amzn.to/2pfB1Of

C.C.

Fonti: Il museo immaginato, Philippe Daverio, Rizzoli, Milano, 2011

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