Pop critico

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Pop critico
Errò, foodscape

Con il trionfo della pop art, appaiono opere “deviate” e di derisione che prendono le stesse forme di quest’arte. Si sviluppa allora, negli Stati Uniti e sopratutto in Europa, una critica interna tanto del repertorio di immagini quanto della neutralità ideologica della pop art. Così nelle opere di Oyvind Fahlstrom, Richard Hamilton, Wolf Vostell, Errò, come in quelle della prima generazione erede del movimento (Bernard Rancillac, Hervé Telemaque, il gruppo Equipo Cronica) qualcosa cambia. Il vocabolario semplice, la visualità affermata, la figuratività emblematica sono manipolati, modificati a favore di una funzione denunciatrice dell’arte.

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Quindi si può dire che nel momento stesso in cui la pop art si arricchisce di possibilità formali e iconografiche aprendosi a molte varianti (artisti come Warhol, Ruscha o Lichtenstein se ne serviranno per ridare vita alla loro creazione), segna la sua stessa fine. Il soffio potente della pop art si esaurisce nelle modulazioni delle pop art(s) che trasformano la sua natura. L’aspetto positivo e vivace del movimento viene meno sotto l’effetto del tempo e della storia. Volutamente reattiva e superficiale la pop art soffre dell’aggiunta di uno spessore supplementare, che inevitabilmente la condanna alla fine.

Nel 1966, nel momento in cui raggiunge il suo pieno sviluppo, la pop art come movimento vivo si indebolisce, l’energia si trasforma in stile, in manierismo, i principali artisti operano un ritorno su se stessi. Ecco che alcuni decideranno di riprendere la scrittura, considerata un medium specifico, altri inaugureranno un nuovo capitolo della loro carriera. L’impulso pop è cessato lasciando il posto a una costellazione di movimenti derivati che reintrodurranno la narrazione e la critica al centro della pittura figurativa. Ma innegabilmente aveva lasciato un segno nella storia dell’arte.

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Questo post fa parte della rubrica #lopotevofareanchio, in cui se vuoi puoi esplorare l’arte contemporanea!

C.C.

Fonti: Arte contemporanea, a cura di Francesco Poli, Electa, Milano, 2003

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