Arte povera, la ribalta degli artisti-artigiani

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Arte povera
Alighiero Boetti, io che prendo il sole a Torino

Continua la scoperta della contemporaneità, con la rubrica dal nome irriverente “lo potevo fare anch’io“! Oggi parliamo dell’arte povera, corrente artistica italiana. L’arte povera è un movimento che nasce nell’ambito dell’arte concettuale, ampia tendenza apparsa in Europa intorno agli anni ’60 (del ‘900 ovviamente), che si opponeva alle forme d’arte fino ad allora conosciute. Forme che venivano giudicate ed apprezzate dalla società contemporanea in base alle qualità dell’opera stessa e nella sua capacità di suscitare emozioni. Gli artisti appartenenti all’arte concettuale sostenevano che l’arte non dovesse risiedere nell’aspetto delle opere realizzate, ma nell’idea, nel concetto. In questo contesto si inserisce appieno l’arte povera.

Arte povera
Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci

Cosa e perché

Il nome “arte povera” fu pensato dal critico Germano Celant nel 1967 in occasione di una mostra a Genova e rappresentò una delle neoavanguardie più originali del panorama europeo degli anni Settanta. In controtendenza con l’estetica dell’epoca, dominata dalle tendenze pop e minimaliste, fu caratterizzata dall’uso di materiali poveri e di elementi naturali. Rame, terra, acqua o pietra. In alcuni casi perfino animali in carne e ossa come i celebri dodici cavalli esposti da Kounellis nel 1969. E in effetti questo movimento si concentrò su una riscoperta della natura come energia vitale, riflettendo sulle condizioni primarie dell’esistenza. Perciò l’arte povera non produrrà solo “opere”, oggetti dati una volta per tutte. Al contrario, realizzerà anche azioni, eventi. A volte percepibili in atto, mentre altre volte così lenti da poter essere solo immaginati.

Arte povera
Luciano Fabro, strade d’Italia
Da questo punto di vista, l’arte povera è unita a quella concettuale. I “poveristi” però prevedono un’ampia gamma di riferimenti alla realtà e di allusioni simboliche di cui le opere concettuali sono prive. A un’arte “ricca“, basata sulle scoperte scientifiche e tecnologiche veniva contrapposta un’arte “povera“. Un’arte che non voleva giudicare o interpretare, ma semplicemente conoscere e percepire il fluire della vita. Entrarono così nell’universo artistico materiali che fino ad allora non erano mai stati considerati, come abbiamo già evidenziato. Inoltre si pose l’attenzione non tanto sull’opera d’arte finale, quanto invece sul processo di creazione stesso. I precedenti di questa neoavanguardia li ritroviamo in Lucio Fontana, Alberto Burri. Ma sopratutto Piero Manzoni che aveva rivoluzionato in modo radicale i canoni artistici tradizionali.
Arte povera
Mario Mertz, Objet cache-toi

Dove e chi

L’arte povera ebbe il suo epicentro a Torino, dove operavano le gallerie Christian Stein, Sperone e Notizie, che da subito sostennero gli esponenti del gruppo. Ma ad ogni modo raggiunse presto un’affermazione internazionale. Dal punto di vista degli intenti e dei mezzi espressivi questo movimento mostrò vicinanza con altre espressioni dell’arte concettuale. Pensiamo ad esempio alla land art. Principali figure del movimento furono gli artisti che parteciparono alla prima mostra del 1967. Giulio Paolini, Alighiero Boetti, Luciano Fabro, Emilio Prini, Jannis Kounellis e Pino Pascali. In seguito la definizione arte povera fu applicata anche alle opere di Mario e Marisa Merz, Michelangelo Pistoletto, Pierpaolo Calzolari, Giovanni Anselmo, Gilberto Zorio e Pietro Gilardi.

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C.C.

Fonti: Arte contemporanea, a cura di Francesco Poli, Electa, Milano, 2003

2 Commenti

  1. Piacere di conoscerti Cristian! Incrociato il tuo blog mi son fermata, attratta dalla prima immagine di questo post. Molto interessante il post ma soprattutto come scrivi di arte. E allora la curiosità mi ha spinto a leggere la nota del curatore…e mi sono convinta che è proprio il caso seguirti! Mi sa che questo blog mi piacerà un sacco !!! Un saluto a presto 😉

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