Fra’ Galgario ritrattista

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Fra' Galgario
Fra’ Galgario, Ritratto di cavaliere, 1740, Museo Poldi Pezzoli, Milano

Due parole le spenderei anche per un altro artista italiano che in questo nostro percorso sul ritratto ha la sua importanza. Fra’ Galagario (Bergamo 1655-1743), il cui vero nome fu Giuseppe (o Vittore) Ghislandi.
Uno dei grandi ritrattisti del Settecento europeo, rappresenta, in contrapposizione alla ritrattistica aulica francese, il punto di contatto fra la tradizione naturalistica lombarda e il neorembrandtismo dell’Europa centrale.
Figlio di un pittore quadraturista, esordì come pittore di pale d’altare e d’affreschi. Allievo in patria di Giacomo Cotta e del fiorentino Bartolomeo Bianchini, si formò a Venezia dove si mise “a fare grandissimi studi da per sé stesso sulle opere di Tiziano e di Paolo Veronese”.

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Sempre a Venezia fu anche allievo e collaboratore nella bottega del friulano Sebastiano Bombelli, allora acclamato ritrattista. A questo periodo veneziano va fatto risalire l’incontro con la ritrattistica centro-europea del boemo Giovanni Kupecky, a Venezia dal 1687 (e di ritorno definitivo a Vienna solo nel 1709). L’orientamento verso la ritrattistica neorembrandtiana dell’Europa centrale dovette essere confermato dalla conoscenza e frequentazione di Salomon Adler, morto a Milano nel gennaio 1709.

Galgario acquistò notevole fama di ritrattista già a Venezia, dove alla fine ruppe con il forse geloso Bombelli. È solo dal 1705 dopo il definitivo ritorno del pittore a Bergamo (nel convento di Galgario da cui prenderà il nome) che possiamo seguire sulle opere i frutti di questo lungo corso di studi. Non è da stupirsi se, su queste premesse, il Galgario fosse il meglio qualificato a comprendere il significato profondo della tecnica preimpressionista di Rembrandt. L’ultimo viaggio di qualche rilievo il Galgario lo compì nel 1717 a Bologna, dove l’artista dipinse con successo e fu nominato membro d’onore dell’Accademia Clementina. Poi non lasciò più Bergamo, se non per brevi soggiorni a Milano per ritrarre personaggi eminenti come il principe Lievestein, i conti di Colloredo e di Daun. Il maresciallo Visconti e diversi altri importanti blasonati.

A partire dal 1732 Galgario “cominciò a dipingere col dito anulare tutte le carnagioni, la qual cosa continuò fino alla morte… né mai più, nel far le sole carnagioni però, si servì di pennello, se non in qualche minuta parte, o per dare gli ultimi colpi. Ed in questa sua maniera ha fatto bellissime teste, e pastose quant’altre mai, tuttoché fatte a tocchi interamente”. L’artista portò all’estrema e coerente conclusione tecnico-stilistica il proprio modo di concepire la pittura.

Ritratto di cavaliere

Tra le sue opere di maggior rilievo, Ritratto di cavaliere e Ritratto di giovinetto. Difficile trovare un cavaliere più losco di quello qui raffigurato, forse addirittura un po’ perverso, ma decisamente da inserire in una galleria di ritratti virili. Onorato in vita, stimato dal Lanzi, Fra Galgario restò poi disconosciuto nel corso del XIX secolo. Dopo la rivalutazione operata dal Caversazzi (1910), il suo valore ha incontrato un lento ma continuo recupero, in particolare sulle indicazioni di Roberto Longhi.

L’esplorazione continua…

Questo post fa parte di una serie dedicata al ritratto che puoi trovare seguendo l’etichetta #ritrattieritrattisti 

C.C.

Fonti: Il ritratto, a cura di Stefano Zuffi, Electa, Milano, 2000

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