Iperrealismo, forma senz’anima?

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Iperrealismo
Don Eddy, untitled, 1971

Abbiamo visto come quasi tutte le ricerche artistiche nate nel dopoguerra abbiano avuto come base di partenza il rifiuto e l’abolizione di ogni forma codificata. Rifiuto di qualsiasi tecnica in qualche modo riconducibile alla tradizione accademica. L’abbandono massiccio del figurativismo è stato anche letto come polemica risposta a un mondo che aveva generato la seconda guerra mondiale. Un mondo che, a partire dagli anni Cinquanta, produsse la guerra fredda e migliaia di altri focolai di tensione un po’ in tutto il globo. A un certo punto in effetti si ritornò alla pittura e alla forma. In ambito italiano ciò coincide con l’affermarsi della cosiddetta transavanguardia, movimento complesso ed eterogeneo di cui vi ho parlato ➡QUI. In ambito statunitense invece coincide con l’iperrealismo. Vediamo come.

Una reazione al concettualismo

Negli Stati Uniti un certo ritorno al figurativismo c’è fin dai primi anni Settanta, quando si affermano una serie di tendenze artistiche che vanno sotto il nome di iperrealismo. Disegnatori, pittori e scultori che vanno sotto questa etichetta operano nella direzione di una fedele, oggettiva imitazione della realtà. Il fenomeno avrà particolare rilievo negli Stati Uniti, dove la pittura realista rappresenta la tradizione più radicata, ma troverà terreno fertile anche in Inghilterra.

Iperrealismo
John De Andrea, Linda

Negli Stati Uniti inoltre sopravvive il gusto per un’immagine pittorica capace di competere con la stessa fotografia, creando l’illusione della realtà. All’origine del successo delle opere iperrealiste vi sono anche una certa stanchezza degli artisti verso la complessità criptica dell’arte concettuale. Inoltre i mercanti d’arte erano ben contenti di mettere in circolo opere più attraenti e facilmente comprensibili, dunque più facilmente vendibili. In poche parole quindi l’iperrealismo fu una reazione al concettualismo, e trovò terreno fertile per svilupparsi e avere successo.

I protagonisti

Andiamo a vedere ora i principali artisti iperrealisti americani. Chuck Close, specializzato in ritratti giganteschi di teste. Don Eddy che dipinse i riflessi delle vetrine dei negozi. Richard Estes che ritrasse il paesaggio urbano e Audrey Flack che mirava a suscitare effetti emotivi con nature morte, simboli religiosi o immagini di vanità e morte. Philip Pearlstein viene spesso etichettato come iperrealista, ma non fa propriamente parte di questo stile. I pittori iperrealisti inglesi sono invece i seguenti. Graham Dean, Michael English e Michael Leonard, le cui opere comprendono ritratti a disegno molto dettagliati, in uno stile simile a quello degli antichi maestri. Gli scultori iperrealisti più famosi invece sono gli americani John de Andrea e Duane Hanson e, il più giovane, Ron Mueck, australiano residente in Inghilterra.

Iperrealismo
Duane Hanson, turisti, 1988

Osservando un dipinto iperrealista si ha quasi sempre l’illusione di trovarsi di fronte a una riproduzione fotografica. L’effetto è ancora più sorprendete perché le immagini disegnate o dipinte, pur essendo spesso di grandi dimensioni, presentano un altissimo grado di definizione. Vediamo così dettagli che non potremo mai osservare con la stampa fotografica che è destinata a diventare tanto meno nitida quanto più viene ingrandita. Questo “iperfotografismo” è inoltre accentuato dalla particolare intensità dei colori che spesso gli artisti applicano ai supporti mediante aerografo. Per quanto riguarda la scultura invece gli artisti iperrealisti si servono di calchi realizzati direttamente sui modelli. Calchi che poi sono riempiti con resina colorata che dà vita alla scultura vera e propria. Completano l’illusione della realtà l’applicazione di capelli, vestiti e accessori vari. A tal punto che spesso davanti a queste sculture si ha l’impressione spaesante d’osservare una persona in carne e ossa.

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Dagli Stati Uniti all’Europa

Con questi procedimenti, gli iperrealisti, dagli anni Settanta fino ai nostri giorni, hanno fissato i più svariati aspetti della vita urbana, scegliendo spesso immagini prive di qualsiasi caratterizzazione soggettiva. La loro concezione in effetti è diversa da quella del realismo storico proprio perché è totalmente priva di intenti critici o anche solo interpretativi. In Europa però l’iperrealismo sarà meno meccanico e impersonale, capace in alcuni casi di dare enfasi metafisica agli oggetti quotidiani. Ad ogni modo, come la pop art, anche questo fenomeno ebbe un grande successo economico, ma non fu accolto molto bene dalla critica. Alcuni critici lo considerano uno stile che richiede molto lavoro accurato e poco altro. Altri pensano che i suoi esponenti possono raggiungere un’intensità tale, un’attenzione al dettaglio, capace di creare un forte senso di irrealtà. Iperrealismo sì, ma in un certo senso irreale.

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Questo post fa parte della rubrica #lopotevofareanchio, in cui se vuoi puoi esplorare l’arte contemporanea!

C.C.

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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