Claude Monet e la delicatezza della luce

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Claude Monet
Claude Monet, impressione, levar del sole

Solo pronunciando il nome di Monet, si pensa oggi all’Impressionismo. Il grande pittore francese è infatti profondamente legato a questo movimento artistico. L’impressionismo si sviluppò nel XIX secolo appassionando e meravigliando migliaia di artisti, spettatori e critici in Europa e nel mondo intero. È necessaria quindi una piccola introduzione a questo movimento per capire Monet. Il nome, come forse già saprete, deriva dall’epiteto, inizialmente usato in senso spregiativo contro i pittori del gruppo, tratto dal titolo di un quadro di Claude MonetI pittori di questo movimento rivoluzionario cercarono di cogliere gli effetti di luce. Come l’impressione più immediata della visione.

Punto chiave è la negazione dell’illuminazione artificiosa dell’atelier, praticando la pittura all’aria aperta (en plein-air). Usando una tecnica pittorica rapida e sciolta e rinunciando al chiaroscuro artificiale in favore di ombre colorate. Ciò che vediamo nei dipinti impressionisti è una totale fusione di oggetto e spazio, pensato come fenomeno cromatico e luminoso. L’impressionismo fece riemergere l’interesse per il vero, in una ricerca di libertà totale, nel soggetto e nell’espressione. Questo movimento utilizzò processi di rappresentazione totalmente anti-accademici.

Serie della Cattedrale di Rouen, Claude Monet
Serie della Cattedrale di Rouen, Claude Monet

Ma torniamo a Monet. Oscar-Claude Monet nacque nel 1840 a Parigi in una famiglia di modesti commercianti. Si trasferì fino alla fine dell’adolescenza nel paese natale del padre, Le Havre, sul canale della Manica. Conscio delle sue doti e della sua passione per la pittura, frequentò la scuola di disegno tenuta da uno dei modelli di Jacques-Louis David. Nel 1856 incontrò Eugène Boudin, che lo indirizzò alla pratica della pittura en plein air, cioè pittura all’aria aperta. Questa tecnica diventerà la chiave di volta per un naturalismo moderno e la base dell’Impressionismo stesso. Anche senza l’approvazione del padre, Monet partì per Parigi. Nel 1859 e si iscrisse a un’associazione di artisti poco danarosi dove poté imparare, senza troppi impedimenti accademici, la “copia dal vero”.

In questa Acadèmie Suisse, Monet incontrò Camille Pissarro e tutti i suoi amici e colleghi che facevano parte del gruppo che avrebbe posto le basi per l’Impressionismo. Affascinato dalle opere di altri artisti del movimento, Monet decise di dipingere una sua particolare versione della Colazione sull’erba di Édouard Manet. È qui che conobbe la modella per il quadro, Camille Doncieux, che avrebbe sposato il 26 giugno del 1870. Poco meno di un mese dopo, fuggì insieme alla moglie in Normandia per evitare gli obblighi di leva relativi alla guerra franco-prussiana scoppiata il 19 luglio.

Claude Monet
Claude Monet, pioppi

Si trasferì successivamente a Londra dove ebbe modo di conoscere la pittura di William Turner, che non mancherà di influenzarlo tantissimo negli ultimi anni della sua vita. In seguito all’improvvisa e brutale morte della moglie, avvenuta per tisi a soli trentadue anni, Monet visse un periodo di stress e si dedicò con particolare fermezza al suo lavoro, viaggiando in tutta Europa e dipingendo alcuni tra i suoi più grandi capolavori, come Impressione al levar del sole, La Grenouillère, Il pranzo e Papaveri, dintorni di Argenteuil.

Nel 1890, quando già non esponeva più nelle mostre pubbliche, Monet lasciò la caotica capitale di fine secolo per rifugiarsi nel piccolo villaggio di Giverny, più a nord, con Alice Hoschedé, che sarebbe diventata la sua seconda moglie un anno più tardi. Qui comprò una casa e un piccolo podere dove allestì un enorme e bellissimo giardino fino in tarda età, soggetto di molti dei suoi ultimi quadri e di quelli del famoso ciclo delle Ninfee. Un grave disturbo agli occhi, che si sarebbe rivelato un tumore, gli impedì di lavorare con serenità negli ultimi anni della sua vita. L’artista morì il 6 dicembre 1926 nel suo piccolo paradiso privato pieno di fiori e colori naturali.

Claude Monet, donne in giardino
Claude Monet, donne in giardino

Esistono due versioni di Claude Monet, separate dalla stessa linea di tempo che divide
l’Ottocento dal Novecento, il vecchio e il nuovo. Da una parte, il Monet generoso e solare degli anni Sessanta e Settanta del XIX secolo, sempre alla ricerca della vita e della luce naturale, del sole e delle impressioni di una passeggiata in un campo di papaveri. Dall’altra, il Monet disincantato, riflessivo e solitario degli anni Novanta e del primo ventennio del XX secolo, tormentato dalle malattie agli occhi e isolato da un mondo che continua ad andare avanti e genera avanguardie astrattiste, espressioniste e surrealiste. Due facce della stessa medaglia: l’evoluzione di un artista a cavallo tra due secoli così diversi tra loro.

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Il Novecento vide lo sviluppo del cinema e della fotografia, fu il secolo della riproducibilità di massa dell’arte, delle guerre spaventose, dei rapidi sviluppi del gusto nell’arte e nella cultura. Monet non si sentiva pronto e decise di rifugiarsi in un “piccolo angolo di paradiso”, dove poteva continuare a dipingere nella tranquillità di un giardino con il solo rumore dell’acqua quasi immobile di uno stagno. È proprio dalle rive degli stagni di Giverny che Monet dipinse circa 250 opere a soggetto simile che vengono racchiuse nella serie delle Ninfee.

Claude Monet

Il pittore affermò più volte l’importanza che l’acqua aveva per le sue opere e per l’Impressionismo in generale. L’acqua è in continuo movimento, tutto ciò che la sovrasta e la circonda vi si specchia con i suoi diversi colori, influenzando tutto l’ambiente. Dopo il trasferimento nella tenuta di Giverny, Monet iniziò subito a lavorare all’allestimento di un giardino in pieno stile giapponese nell’area intorno alla villa. Rose, iris, ninfee, tulipani, campanule, glicini, salici piangenti, ma anche fiori e piante esotiche, saranno i protagonisti della sua pittura all’aria aperta dall’ultimo decennio del XIX secolo in poi.

Claude Monet, Canal Grande

Nel suo giardino, Monet trascorse gli ultimi trent’anni della sua vita. Dipinse i suoi scorci e questi fiori bianchi che galleggiavano sulla superficie dell’acqua, quasi anticipando le soluzioni “astratte” delle correnti artistiche che seguiranno con il nuovo secolo. Vi lascio con le belle parole che dedicò a Monet Camille Maucleir, poeta, romanziere, biografo, scrittore di viaggi, e critico d’arte.

Nessuno come lui sa ergere una roccia nelle onde tumultuose, far comprendere l’enorme struttura di uno scoglio che riempie tutta la tela, disporre un villaggio su una collina dominante un fiume, dare la sensazione di un gruppo di pini contorti dal vento, gettare un ponte su un fiume, esprimere il carattere del suolo che giace sotto il sole dell’estate. Tutto ciò è costruito con vastità, esattezza e forza, sotto la sinfonia deliziosa o ardente degli atomi luminosi. I toni più imprevisti si alternano nel fogliame. Da vicino ci si stupisce di vederlo listato con strisce arancio, rosse, blu, gialle, e a distanza la freschezza delle fronde verdi appare evocata con infallibile verità. L’occhio ricompone ciò che il pennello ha dissociato e ci si accorge con stupore di tutta la scienza, di tutto l’ordine segreto che ha diretto questo ammucchiamento di macchie che sembravano spruzzate in una pioggia furiosa. È una vera musica d’orchestra in cui il colore è uno strumento con un ruolo distinto, e i cui momenti, con le loro tinte diverse, costituiscono i temi successivi.

C. Mauclair, L’Impressionnisme, son histoire, son esthétique, ses maîtres, 1904

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C.C.

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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