Osvaldo Licini. Tra lirismo e geometria

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Osvaldo Licini
Osvaldo Licini, Paesaggio con uomo

La Peggy Guggenheim collection di Venezia, dedica la mostra Che un vento di follia totale mi sollevi, curata da Luca Massimo Barbero, a Osvaldo Licini in ricordo del sessantesimo anno della morte, avvenuta nel 1958. Cento opere dislocate in undici sale che ripercorrono la vicenda artistica dell’autore. A cominciare dal periodo naturalista, che dura fino al 1930, non accetta di adeguarsi semplicemente al dato. Nel Paesaggio con un uomo del 1926 cerca di liberarsi dalla sottomissione al vero ricorrendo alle cromie incongrue e strutturate e alle linee che attraversano l’opera in totale autonomia. È l’inizio del segno liciano che caratterizza la pittura futura. Pittura che guarda all’astrattismo in una personalissima accezione che sembra rifarsi alla matrice kleeiana.

Osvaldo Licini
Osvaldo Licini, bilico

Licini è uno dei padri fondatori dell’astrattismo italiano, insieme a Fausto Melotti, Lucio Fontana e pochi altri. Il gruppo che negli anni Trenta ha il suo riferimento a Milano, nella Galleria del Milione. Ma a differenza dei compagni di strada, l’astrattismo di Licini è immerso in un’atmosfera visionaria, sognante, della realtà. Ciò che domina è lo stupore, secondo la sua interpretazione la geometria deve tendere al sentimento. Perché la pittura “è un’arte irrazionale, con predominio di fantasia e immaginazione, cioè poesia”, come scrive nel 1935. In Bilico in altre parole, come recita il titolo del suo olio del 1932, tra astrazione e figurazione. Cosa si vede nell’opera Un triangolo rovesciato, sospeso nello spazio bianco, sul vertice di un altro triangolo. Com’è possibile che riesca a stare sospeso? “Per miracolo” è la risposta di Licini.

Fantasia, immaginazione e ironia

Per lui lo spazio è un contenitore che sostiene draghi, mulini a vento, castelli in aria, all’insegna di una geometrica emotività. Un’altra componente della sua pittura è l’ironia. Testimoniata da Bocca del 1934, con la creazione di una specie di volto misterioso. Il quadrato a destra potrebbe simboleggiare un occhio. Il naso è reso con il rettangolo giallo al centro. Il due, a sinistra, rimanda all’orecchio. La scritta in stampatello, la bocca vera e propria. Licini nasce a Monte Vidon Corrado, un piccolo paese delle Marche. Studia all’Accademia di Bologna dove conosce Giorgio Morandi. Si arruola volontario nella grande guerra. Nel 1917 è congedato per una grave ferita alla gamba. Si trasferisce quindi Parigi e diventa amico di Modigliani. Nel decennio successivo torna definitivamente al paese d’origine.

Osvaldo Licini
Osvaldo Licini, amalassunta con sigaretta

A questo punto esce dall’astrattismo per confrontarsi con un’idea visionaria della pittura. “Dall’astratto io me ne vo volando adesso, in foglie e fiori, verso lo sconfinato e il soprannaturale” scrive in una lettera del 1940. Lo si può vedere in Figura T3. Ritorna ad un quadro astratto e lo trasforma in un volto, con lettere, stelle e numeri. Al tramonto degli anni Quaranta l’artista è attratto dai cieli dove volano angeli ribelli rappresentati con un procedere rapido su fondi marcati: rossi blu gialli. Cieli affollati di lune. Che chiama Amalassunte. Nome che ricorda la regina degli Ostrogoti. Ma allude anche ad una male-assunta. Sono forme che rifiutano la staticità dell’immagine perché immerse in una continua genesi, in un continuo divenire. Una pittura quella di Licini che va oltre le apparenze alla scoperta delle tracce di un oltre irreale.

La mostra

Osvaldo Licini. Che un vento di follia totale mi sollevi, Peggy Guggenheim collection, Venezia, 22 settembre 2018 – 14 gennaio 2019.

Fausto Politino

Laureato in filosofia, iscritto all’ordine dei pubblicisti di venezia e già collaboratore del Mattino di Padova. Ora scrivo per la Tribuna di Treviso. Potete seguirmi anche su Twitter: PolitinoF.

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