La spiritualità del Natale nell’arte

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Natale nell'arte
Andrea Mantegna, adorazione dei pastori

Non posso fare a meno di provar un certo straniamento quando cerco di analizzare un’opera di Mantegna. Mi pare che il suo dettato pittorico oscilli tra durezza e incanto. Tra soggettiva liricità e oggettivo controllo secondo i canoni della classicità. Anche in questa riflessione sulla spiritualità del Natale nell’arte. Che la sua strategia espressiva abbia i suoi fondamenti nella ricchezza cromatica, nella padronanza prospettica, nell’impianto scultoreo delle immagini senza tradire l’impatto emotivo che le stesse suscitano. Considerazioni che dovrebbero valere per la sua Adorazione dei pastori, una tempera su tavola trasferita su tela, risalente al 1450/51, conservata al Moma di New York. Quali sono gli elementi che ci colpiscono?

Mantegna

La precisione nel descrivere i particolari che ricorda la pittura fiamminga. L’albero, sfiora i due assi che si presuppone rimandino alla capanna della natività, con i suoi frutti vicino al giardino recintato dal quale fuoriesce la testa del bue. Le facce stanche, di chi conosce la fatica fisica del lavoro, dei due pastori che traducono umile curiosità, meraviglia, accettazione dell‘Evento, riconoscendone la misteriosa grandezza. La sonnolente presenza di San Giuseppe avvolto in un mantello giallo che se da un lato ne risalta la funzione dall’altro sembra escluderlo dalla scena che si sta rappresentando. E poi il fascino di quel paesaggio proiettato verso l’infinito con quel grande albero sulla destra, di fronte ad una roccia a picco, come a simboleggiare il prossimo dramma della croce.

Natale nell'arte
Caravaggio, adorazione dei pastori

Caravaggio

Le stesse facce solcate dalla fatica emergono nell’Adorazione dei pastori di Caravaggio del 1609, oggi nel museo regionale di Messina. Ci troviamo di fronte ad una rappresentazione vera, intensa, complessa. All’insegna della povertà e dell’umiltà. Con un giudizio calzante Roberto Longhi definisce natura morta dei poveri la cesta con una pagnotta, un tovagliolo, una pialla dipinta in primo piano sulla sinistra.

La spiritualità che si respira nell’opera è diversa da quella del Mantegna. Siamo molto lontani dalla sua maestà. La Vergine Maria, con il suo mantello rosso acceso, è quasi sdraiata sulla nuda terra. Prostrata dal viaggio e dal parto recente. Un sorriso quasi invisibile le segna il suo volto. Più indicativo lo sguardo attento, concentrato, vigile, affettuoso nel sostenere il Bambino. Come se non si accorgesse della presenza dei pastori e di San Giuseppe. Riconoscibile nel personaggio inginocchiato sulla destra, con sul capo una sottile aureola, simile a quella che vediamo sulla testa della Vergine. E poi quella dialettica luce/ombra che rende immediatamente riconoscibile l’adorazione caravaggesca, immergendola in un tutt’uno dove coesistono in perfetto equilibrio realismo e metafisica.

Fausto Politino

Laureato in filosofia, iscritto all’ordine dei pubblicisti di venezia e già collaboratore del Mattino di Padova. Ora scrivo per la Tribuna di Treviso. Potete seguirmi anche su Twitter: PolitinoF.

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