La tempesta, il dettaglio ignorato

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Com’è noto la Tempesta di Giorgione costituisce un mistero. Da sempre. Una delle opere più impenetrabili dal punto di vista iconografico. Anche se è uno dei quadri più conosciuti del Rinascimento. Studiato in ogni dettaglio, continua a mantenere il suo segreto. Anche se qualcosa di nuovo sembra spuntare. Chi sono i personaggi in primo piano? Chi rappresentano? Fra le molte interpretazioni avanzate, quella di Salvatore Settis nel 1978, resta una delle letture più suggestive: i due giovani del quadro incarnano Adamo ed Eva dopo la cacciata dal Paradiso terrestre. Quarant’anni dopo, il saggio appena pubblicato di Sergio AlcamoLa verità celata. Giorgione, la tempesta e la salvezza (Donzelli editore, pag. 205, euro 32) rende più credibile l’ipotesi, l’arricchisce mediante “nuove diramazioni interpretative”. Scoprendo un dettaglio ignorato e mettendo a confronto la Tempesta con opere affini.

L’analisi dell’opera

Com’è noto il dipinto è conservato alle Gallerie dell’Accademia di Venezia ed è attribuito a Giorgio da Castelfranco, detto Giorgione (1477/8- 1510). La prima notizia risale al 1530. La sommaria citazione è dovuta al nobile veneziano, nonché collezionista e conoscitore di cose d’arte, Marcantonio Michiel, che in un suo taccuino si appuntò: “El paesetto in tela cum la tempesta, cum la cingana et soldato fu de mano de Zorzi da Castelfranco”. Osserviamo ora gli impianti figurativi presenti nell’opera. Sulla destra, c’è una donna nuda (corrispondente alla cingana, cioè la zingara) seduta su un panno bianco. Un lembo ne copre a stento le spalle. Come una mantellina. Un piccolo arbusto ne copre parzialmente il pube e i fianchi. Se ne sta sola su un pianoro erboso. Difesa da una quinta arborea sta allattando un bambino.

Più distante, alla sua sinistra, un uomo in piedi, in atteggiamento meditabondo. Non è semplice capire se osserva la scena di fronte a sé o se è attratto dalla città e dal fulmine alle sue spalle. Per il suo abbigliamento è stato accostato ad alcuni giovani soldati disegnati da Raffaello quando collaborava con Pinturicchio a Siena. Sembra che i personaggi, divisi da un ruscelletto, non dialoghino tra loro. La donna indirizza lo sguardo verso lo spettatore. Ne attira l’attenzione con un’espressione fissa, stupita. L’uomo, anche se in apparenza si rivolge alla donna, è come preso dai suoi pensieri. Quasi non si curasse di ciò che sta accadendo. Alle spalle dell’uomo sono raffigurate quelle che sembrano rovine architettoniche. Più in risalto, due colonne di pietra di altezza diversa.

Nello sfondo paesaggistico, un fiume fiancheggia una città con case-torri, abitazioni comuni e forse un edificio ecclesiastico con cupola. Al centro del quadro il fiume passa sotto un ponte di legno alla cui testa destra troviamo quella che potrebbe essere la porta d’accesso cittadina sulla quale presenzia lo stemma dei da Carrara, signori di Padova. La città è disabitata. Solamente un rosso uccello bianco se ne sta isolato come di guardia su un tetto spiovente che sovrasta una casa-torre. Il cielo minaccia un temporale e il bagliore di un fulmine squarcia le grigie nubi.

Riferimenti iconografici

In ultima analisi i protagonisti della tela sembrano essere tre: la cingana allattante, il bambino e il cosiddetto soldato. Ma è proprio vero? Alcamo sostiene di no. E tra poco lo scopriremo. Lo studioso riconosce a Settis di aver rintracciato un precedente iconografico della Tempesta nel rilievo marmoreo dello scultore pavese Giovanni Antonio Amadeo che orna tuttora la facciata della Cappella Colleoni a Bergamo raffigurante Dio ammonisce Adamo ed EvaUn’analogia fondamentale per ribadire che le due figure della Tempesta Sono Adama ed Eva, inserendo il quadro di Giorgione in quella serie che ripropone lo stesso schema iconografico. 

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Giovanni Antonio Amadeo, facciata della Cappella Colleoni a Bergamo raffigurante Dio ammonisce Adamo ed Eva

Se non sono stati individuati altri precedenti, Alcamo è però in grado di fare riferimento a due opere successive alla Tempesta, Alabardiere con donna e bambino di Sebastiano del Piombo (1507/8 circa) e Alabardiere con donna e due bambini(Idillio) di Palma il vecchio (1507/8). Vi si leggono chiaramente i punti di contatto con il capolavoro giorgionesco. Anche se la figura della donna che ricorre in entrambe le tele indossa abiti contemporanei. Troviamo però il soldato e il paesaggio nel quale compaiono alcune abitazioni. Da notare che manca il non trascurabile dettaglio del fenomeno atmosferico registrato da Michiel.

A questo punto Alcamo tira in ballo un altro dipinto, successivo alla Tempesta, un tondo su tavola, I progenitori, attribuito a Francesco di Ubertino Verdi, noto come Francesco Ubertini o il Bachiacca, il cui soggetto sembra essere strettamente legato all’invenzione di Giorgione. Alcuni dettagli sarebbero inspiegabili senza la visione diretta, o quanto meno, di una sua fedele traduzione grafica. Anche qui la donna, chiaramente Eva, allatta un bambino, seduta su un terreno rialzato e come nel dipinto dell’Accademia, una quinta arborea alle sue spalle ne sottolinea, isolandola, la figura.

L’angelo della tempesta

Nello fondo non troviamo un paesaggio reale ma il Paradiso terrestre o il Giardino dell’Eden. A sinistra la tradizionale figura di Adamo seminudo. Coperto di pelli intento a lavorare la terra con una vanga. Il che suggerisce che anche il personaggio maschile della Tempesta debba essere il primo uomo. Ultimo elemento da non trascurare, a guardia della porta del paradiso troviamo, come da consuetudine, un angelo con la spada sguainata, qui raffigurato come un serafino infuocato. C’è l’angelo nella Tempesta? Si risponde Alcamo. Ecco il nuovo dettaglio che incrementa il numero dei protagonisti del quadro. Da tre a quattro.  Ad uno sguardo molto ravvicinato possiamo scorgere sul ponte l’appena percepibile figura di un angelo dalle grandi ali e con una veste biancastra stretta in vita.

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Il dettaglio con il piccolissimo angelo

Quest’ultimo tassello mimetizzato tra la vegetazione permette di interpretare con più facilità l’enigma del dipinto, avvalorando l’interpretazione di Settis e cioè che la Tempesta di Giorgione altro non raffigura se non Adamo ed Eva dopo la cacciata dall’Eden. Il minuscolo angelo, in apparenza a guardia del ponte, rimanda al limite invalicabile oltre il quale non si può più andare. E quell’oltre, altro non è che il Paradiso terrestre. E la torre-porta alla testa del ponte sulla destra potrebbe identificarsi con quella del suo ingresso alla quale l’angelo fa da guardia, così come riportato nel Genesi: “Scacciò l’uomo e pose ad Oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita”.

Il libro

Sergio Alcamo, La verità celata. Giorgione, la tempesta e la salvezza, Donzelli editore.

Fausto Politino

Laureato in filosofia, iscritto all’ordine dei pubblicisti di venezia e già collaboratore del Mattino di Padova. Ora scrivo per la Tribuna di Treviso. Potete seguirmi anche su Twitter: PolitinoF.

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