Le donne in un interno: Vilhelm Hammershøi

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Vilhelm Hammershøi
Vilhelm Hammershøi, interno con donna in piedi

Parigi. Boulevard Haussman. Musée Jacquemart-André. Il palazzo ospita la grande retrospettiva, in quaranta opere, dedicata al maestro della pittura danese Vilhelm Hammershøi (1864-1913): “Hammershøi, le maître de la peintuire danoise”. Fino al 22 luglio 2019. Per chi non lo conosce, può essere una rivelazione. Ciò che comunica, sono forme che abitano la propria inquietudine. Una misteriosa ansia, un’impalpabile malinconia. In un tempo che si è fermato. Iniziamo da Interno con donna in piedi. Una figura femminile vestita di nero. Porta i capelli raccolti sulla nuca e ci dà le spalle: particolari iconici reiterati spesso da Hammershøi. Immobile e in piedi davanti ad una finestra. Che non vediamo ma che è plausibile ci sia. Una luce attutita, nebbiosa, filtra nelle due stanze. Le sue tonalità oscillano tra il grigio e il bruno. Le pareti hanno qualcosa di verde. Lo sguardo va oltre la porta aperta.

Vilhelm Hammershøi
Vilhelm Hammershøi, interno

Le donne di Vilhelm Hammershøi

Con una carrellata di avvicinamento si sofferma sulla donna. Per finire il suo movimento sull’altra porta, chiusa. Non c’è quasi arredamento. Forse giudicato dall’artista un’inutile sovrabbondanza. Tranne due piccoli quadri, la pittura come presenza vitale? E un tavolo seminascosto. Un’immagine che vuole essere universale, incontaminata. Qual è lo stato d’animo della donna: attende qualcuno? Ha perso qualcuno? Riflette sulla propria vita? O si sta, semplicemente, riposando? Personalmente sono catturato dalla silenziosa disadorna immobile atmosfera in cui è immersa. Circondata da uno spazio che la protegge e insieme la isola dalla realtà esterna. Relegata in un evento forse inesistente.

La stessa donna immobile, la moglie Ida, riappare in Interno del 1899. Immobilità che fa intuire una grande determinazione. Nella stanza dalle porte serrate, sempre di spalle, ha lo sguardo rivolto verso la parete di fronte che sorregge una stufa. Fra di loro un tavolo privo di sedie sembra sbarrarle il passo. Ci troviamo ancora di fronte agli stessi enigmi dell’opera precedente. Nello medesimo ambito irreale e senza tempo. Hammershøi è interessato alla connessione tra spazio, mobili e figure. Al loro equilibrato incastrarsi nella composizione.

Vilhelm Hammershøi, quattro stanze

In un secondo tempo l’artista elimina donne e uomini dalle sue creazioni. Come nelle Quattro stanze. Stanze in successione intervallate da bianche porte aperte. Vediamo un tavolino una sedia un pianoforte in lontananza, linee nette, colori tenui. Il silenzio domina incontrastato. Come nelle nature morte di Morandi. O come negli inquieti e solitari personaggi di Edward Hopper. Anche se tracciati con una cromia più rilevante.

La mostra

“Hammershøi, le maître de la peintuire danoise”, Musée Jacquemart-André, Parigi, fino al 22 luglio 2019.

Fausto Politino

Laureato in filosofia, iscritto all’ordine dei pubblicisti di venezia e già collaboratore del Mattino di Padova. Ora scrivo per la Tribuna di Treviso. Potete seguirmi anche su Twitter: PolitinoF.

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