Le due flagellazioni di Caravaggio

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Caravaggio
Caravaggio, Flagellazione (1607-1608), versione Museo e Real Bosco di Capodimonte

Il Museo di Capodimonte ospita la mostra, Caravaggio Napoli, fino al 14 luglio 2019. Sei opere del Merisi messe a confronto con 19 quadri di artisti napoletani che riprendono soggetti ricorrenti nei dipinti del Maestro. C’è sempre una mostra in Italia su Caravaggio (1571-1610). Ma l’interesse che suscita non muore mai. Perché? I motivi sono tanti. Per la sua vita tumultuosa scandita da duelli, fughe, invidie. Costretto a fuggire dagli altri e da sé stesso. Per il suo irrompere sulla scena artistica come un rivoluzionario. Pronto a sfidare autorità e collaudate impostazioni figurative. Per la sua non dissonanza di ombre e di luci. Una lotta costante tra luminosità e oscurità che condiziona il suo metodo di lavoro.

Le due flagellazioni

Caravaggio dipinge di nero le pareti dello studio. Oscura le finestre per creare quel fascio di luce che rende le sue storie senza tempo. Per il suo servirsi di modelli presi dalla strada. Fino al punto di scegliere una ex prostituta e farla diventare la Madonna dei Pellegrini. La mostra merita la segnalazione perché permette la visione ravvicinata e in parallelo della Flagellazione conservata a Capodimonte e di quella del Musée des Beaux-Arts di Rouen. Nella prima Flagellazione indicata, ma successiva come creazione, Caravaggio raffigura Cristo al centro della composizione, legato alla colonna. Colpisce la contorsione del suo corpo luminoso. Un intrecciato panno bianchissimo gli copre il basso ventre. Una postura innaturale, non voluta, causata dai due aguzzini.

Caravaggio
Caravaggio, Flagellazione, versione di Rouen

Uno, a sinistra, tiene nella mano destra il flagello. E insieme gli afferra i capelli e lo spinge con violenza in avanti. Facendogli sfiorare il petto e la spalla. L’altro nella parte opposta, parzialmente illuminato. Vigoroso corpo da scaricatore di porto. Reggendosi sulla gamba destra, sferra un calcio ad un polpaccio del Cristo. Caravaggio mette in risalto i muscoli dello stomaco mentre sta incatenando le mani del prigioniero dietro la schiena. Ma c’è anche  la figura di un terzo torturatore. Nell’atto di raccogliere altre verghe per formare un’altra frusta. Gli ha illuminato il braccio destro. La testa è appena visibile.

Per come la vedo io, la violenta drammaticità della scena non è gridata. Scaturisce dall’agire distaccato degli aguzzini. Indifferenti allo strazio che infliggono. Fanno di tutto per acuirlo. Perché è ciò che impone il lavoro che hanno scelto. Nella Flagellazione di Rouen, Caravaggio imposta la scena asimmetricamente. Sposta a sinistra Cristo e la colonna. Abbandona la raffigurazione intera dei personaggi. Il suo corpo scolpito, in tensione, contrasta con il suo sguardo sconfitto, vinto. Anche se appare rassegnato alla propria sorte, dà l’impressione di volersi allontanare, fisicamente, dai suoi torturatori. Eluderne il contatto. E quindi l’origine del dolore.

La mostra

Caravaggio Napoli, Museo Capodimonte, fino al 14 luglio 2019.

Fausto Politino

Laureato in filosofia, iscritto all’ordine dei pubblicisti di venezia e già collaboratore del Mattino di Padova. Ora scrivo per la Tribuna di Treviso. Potete seguirmi anche su Twitter: PolitinoF.

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