Burri e l’inedita pittura

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Alberto Burri, rosso plastica, 1961
Alberto Burri, rosso plastica, 1961

Alberto Burri nasce a Città di Castello (PG) nel 1915. Nel 1935, falsifica la data di nascita e parte come volontario per la guerra di Abissinia. Frequenta la facoltà di medicina. Gli ambienti freddi degli obitori. Conosce le deformazioni causate dalle malattie. Nel 1940 allo scoppio della Seconda guerra mondiale l’esercito italiano lo richiama come medico. Preso prigioniero in Tunisia, è trasferito dagli alleati in Texas al campo di Hereford, recinto n. 4. È il contesto che gli apre le porte della pittura. Inizialmente figurativa. Quando rientra in Italia abbandona la professione medica per dedicarsi solo all’arte. Il 1948 segna la svolta non figurativa con i Catrami e le Muffe. A partire dal 1950 diventano centrali i Sacchi. Il suo sperimentare materiali mai usati continuerà con i legni i ferri le plastiche i cellofan le combustioni. Burri inventa una pittura inedita che diviene il fondamento necessario dell’informale materico e dell’intera arte contemporanea. Scompare a Nizza il 13 febbraio 1995.

La pittura e la sofferenza del corpo.

La sua iniziale formazione medica. Il contatto con le lacerazioni, le ferite, le sofferenze e la morte del corpo, sono il nucleo centrale intorno al quale gira l’intero lavoro di Burri. “Il quadro è carne viva e l’artista il chirurgo”. Dagli iniziali Sacchi di juta fino al grande Cretto di Gibellina in Sicilia è un continuo riferirsi alla materia che si divincola, si guasta, si rompe, si lacera. L’aspetto insolito che assume la sua creazione artistica non dipende solo dai materiali che usa. Ai quali dà in pittura diritto di cittadinanza. Ma soprattutto per l’uso che ne fa.

Perdono il loro statuto di supporti inattivi, immobili, costringendo la stessa pittura a ridefinirsi con l’irrompere della materia nell’ambito del quadro. Ciò porta Burri alla costante rinuncia del pennello per agire direttamente sulle materie. Senza tuttavia abbandonare mai “il sentimento estetico della forma”(Massimo Recalcati: Il mistero delle cose. Nove ritratti di artisti. Feltrinelli, 2016). Cosa vuol dire? Il rapporto nuovo che l’artista stabilisce con la materia impone anche, necessariamente, di dare alla stessa materia proporzione ed equilibrio. Affinché acquisti una forma. Una propria organizzazione.

Alberto Burri, rosso nero, 1953

L’immanenza dell’opera

Burri manda in soffitta la concezione umanistico/rinascimentale del quadro come finestra aperta sul mondo. Quando mostra i suoi primi Sacchi l’informale materico è di là da venire. Il gesto di Fontana, che va oltre lo spazio del quadro lacerandone con un coltello la superficie, non si è ancora manifestato. Se Picasso con Les demoiselles d’Avignon (1906) inaugura la stagione cubista impostando nuove modalità rappresentative, Burri, Pollock e Fontana vanno oltre. Operano una scelta più radicale. Aboliscono qualsiasi referente oggettuale. “Ogni forma di rappresentazione rivendica la sua assoluta immanenza… Il quadro non rappresenta una finestra sulla realtà del mondo ma un nuovo mondo… È questo il fondamento del rigoroso anti mimetismo che ispira” tutte le creazioni di Burri.

La mostra

Burri la pittura, irriducibile presenza. Isola di San Giorgio, Venezia. Fino al 28 luglio 2019.

Fausto Politino

Laureato in filosofia, iscritto all’ordine dei pubblicisti di venezia e già collaboratore del Mattino di Padova. Ora scrivo per la Tribuna di Treviso. Potete seguirmi anche su Twitter: PolitinoF.

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