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Mark Rothko e la sala alla Tate Modern

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Mark Rothko, nero e marrone
Mark Rothko e la sala alla Tate Modern
Mark Rothko e la sala alla Tate Modern

Oggi non vi parlo di un’opera, ma di una stanza! Si tratta di un’istallazione ideata da Mark Rothko anche se le opere contenute al suo interno inizialmente non erano destinate a questo museo. Nel 1958 infatti l’architetto Ludwig Mies van der Rohe commissionò all’artista una serie di dipinti per il ristorante Four Seasons nel Seagram Building di New York. Un progetto su cui Rothko lavorò per più di un anno. Una volta terminate le opere però al pittore non piacque l’idea che le sue creazioni facessero da sfondo a una sala da pranzo. Quindi ne consegnò nove alla Tate Gallery.

Mark Rothko, statunitense d’adozione, in realtà nacque a Dvinsk in Russia. Emigrò con la famiglia a Portland, in Oregon, negli Stati Uniti, nel 1913. Fu il principale esponente della tendenza definita “astratto-contemplativa” che a sua volta si inserì nel più vasto e complesso “espressionismo astratto” che contenne al suo interno artisti in certi casi diametralmente opposti come ad esempio Jackson Pollock e lo stesso Rothko.
I dipinti di Rothko dell’ultimo periodo sono basati su una ricerca di rapporti cromatici tendenti a un progressivo incupimento, attraverso tele composte da due rettangoli neri e grigi o marroni, equilibrati dall’inserimento di una banda bianca di contorno. A partire dagli anni cinquanta le opere di questo artista furono caratterizzate da grandi dimensioni e da un uso sempre più semplificato della forma.

Mark Rothko, nero e marrone

Mark Rothko e la rappresentazione del dramma umano

Nei suoi dipinti che sembrano inghiottire lo spettatore, Rothko ha esplorato con una rara padronanza delle sfumature le potenzialità espressive dei contrasti di colore. Elementi visivi come la luminosità, l’oscurità, gli ampi spazi e il contrasto dei colori, sono stati collegati dall’artista stesso a temi profondi come la tragedia, l’estasi e il sublime. Rothko, tuttavia, non spiegò mai il contenuto del suo lavoro, credendo che l’immagine astratta protesse rappresentare direttamente la natura fondamentale del “dramma umano”. Le sue vibranti opere di colore affermano il potere della pittura astratta nel trasmettere un forte contenuto emotivo e spirituale.

Fisicamente malato e afflitto dalla depressione, Rothko si suicidò il 25 febbraio 1970 tagliandosi le vene e l’arteria del braccio destro e intossicandosi con due flaconi di idrato di cloralio. Poco considerato da vivo, Rothko venne riconosciuto dopo la sua morte sino a diventare negli anni 2000 uno degli artisti più valutati al mondo. Basti pensare che nel 2014 l’opera No. 6 sorpassò tutti i record venendo acquistata dal magnate russo Dmitry Rybolovlev per 186 milioni di dollari, la terza cifra più alta mai pagata ad oggi per un dipinto.

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C.C.

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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