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Andrea Mantegna, Cristo morto

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Andrea Mantegna - Compianto sul Cristo morto (c.1490)
Andrea Mantegna - Compianto sul Cristo morto (c.1490)
Andrea Mantegna - Compianto sul Cristo morto (c.1490)
Andrea Mantegna, Compianto sul Cristo morto

U n capolavoro di emozione, commozione e sentimento. L’aspetto più sorprendente del dipinto è la costruzione prospettica per cui l’immagine di Cristo sembra “seguire” il visitatore nella stanza attraverso l’uso di una tecnica illusionistica. La datazione di questo dipinto di Andrea Mantegna è dibattuta, ci sono diverse ipotesi che vanno dalla fine del periodo padovano dell’artista (1457 circa) al 1501. In una lettera scritta il 2 ottobre 1506 al Duca di Mantova, Ludovico Mantegna menziona un “Cristo di scorcio” tra le opere lasciate dal padre. Probabilmente l’opera risale al 1470. In questo caso deve essere rimasta a lungo nello studio del Mantegna, forse destinata al suo funerale. In effetti fu esposta a capo del suo catafalco quando morì. Successivamente fu acquistata dal cardinale Sigismondo Gonzaga, ed entrò alla Pinacoteca di Brera nel 1824.

La semplice inquadratura a finestra dello spazio confinato in questo dipinto lo definisce architettonicamente come la cella fredda e lugubre di un obitorio. Guardando dentro vediamo uno spettacolo quasi scioccante: un pesante cadavere, apparentemente gonfiato dallo scorcio esagerato. In primo piano due enormi piedi con dei buchi; a sinistra, delle maschere di volti in lacrime. Ma a un secondo sguardo superiamo lo shock iniziale, e scopriamo commoventi dettagli sotto la luce soffusa. Il volto di Cristo, come gli altri volti, solcato da rughe; la copertura del cuscino in raso; la lastra di marmo su cui poggia il corpo; l’unguentario fatto d’onice. Le pieghe umide del sudario sottolineano le pieghe della pelle tesa, che è come pergamena strappata intorno alle ferite. Tutte queste linee trovano eco nelle onde dei capelli.

Il realismo di Mantegna prevale su qualsiasi indulgenza estetica. Non si fanno sconti sull’immagine di Cristo che qui è realmente morto, come un corpo steso sul lettino di un medico legale in una delle serie investigative d’oggi. Questo realismo è a sua volta dominato da un sentimento poetico di sofferenza e rassegnazione cristiana. La forza creativa di Mantegna sta nella propria interpretazione degli episodi religiosi, il suo sentimento per lo spettacolo su piccola come su grande scala. Al di là dell’apparente freddezza e dello studiato distacco, i sentimenti di Mantegna sono quelli di uno storico, e come tutti i grandi storici è pieno di umanità. L’artista ha un senso tragico della storia e del destino dell’uomo, del bene e del male, della vita e della morte.

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C.C.

Questo post si avvale di contributi bibliografici vari che potete consultare qui

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