
C‘è un’immagine che racchiude tutto il fascino, l’eccesso e il mistero della fine dell’Ottocento. Una figura androgina, un abito ondeggiante come piume, un pavone immobile e silenzioso… Stiamo parlando de La gonna-pavone, una delle illustrazioni più celebri e ambigue di Aubrey Beardsley, realizzata nel 1892 per accompagnare la scandalosa Salomè di Oscar Wilde. Dopo aver letto il testo teatrale di Wilde scritto in francese Beardsley fu folgorato dall’estetica decadente della pièce. Produsse subito un disegno. Salomè con in mano la testa di Giovanni Battista. Wilde, colpito dalla visione grafica così audace e raffinata, lo volle come illustratore per l’edizione inglese del libro.
Una collaborazione esplosiva
Molti dei disegni furono considerati pornografici dall’editore e vennero censurati o modificati. La gonna-pavone nasce da questo contesto. Salomè viene ritratta in una posa rigida, quasi ieratica, ma l’attenzione si concentra sull’abito. Ampie linee fluide, pochi dettagli nel corpo, ma una cascata decorativa nella parte inferiore del vestito. Le piume di pavone, rese in modo astratto e sinuoso, diventano protagoniste. Beardsley usa il simbolismo dell’uccello regale per evocare sensualità, potere, lusso e morte. Beardsley era affascinato dalle potenzialità decorative dell’abbigliamento femminile. Sotto la sua penna, ogni curva diventa arabesco, ogni piuma un motivo ornamentale. È la perfetta espressione dell’Art Nouveau: forme naturali reinterpretate in chiave simbolica e stilizzata.
Nell’acconciatura di Salomè, ad esempio, alcune piume sembrano vive, come serpenti ornamentali. Un lungo filo disegna un ricamo irreale, enfatizzando le curve dell’abito e del desiderio. Chi è la figura ritratta? Il volto effeminato, le ginocchia maschili… siamo davanti a Narraboth, il giovane capitano che Salomè seduce per ottenere l’accesso a Giovanni Battista. Beardsley gioca con l’ambiguità sessuale e stilistica, rendendo ogni figura parte di un sogno erotico e perverso. Nel disegno compare anche un pavone vero e proprio, alle spalle della protagonista. Un riferimento diretto alla pièce: Erode offre a Salomè la sua collezione di pavoni in cambio di una danza e lei, in cambio, chiederà una testa. Beardsley, come Whistler, firma con un’icona: non il nome, ma una candela.
Amava dire che disegnava solo di notte, alla luce di due candelabri. Aveva visitato la Peacock Room di Whistler nel 1891: pareti tappezzate di pavoni blu e oro, in uno scintillio orientale. Da lì nasce la fascinazione che sfocia nella gonna-pavone: un motivo ricorrente, un simbolo di sensualità esotica, un gioco di artificio visivo. Alla pubblicazione, Salomè fece scandalo. Le illustrazioni di Beardsley vennero tacciate di oscenità, ma fecero di lui una celebrità. Una fama che lui visse con disagio: era fragile, malato, inquieto. Ma il suo stile diventò immediatamente iconico e influenzò tutta l’estetica visiva della Belle Époque.
L’arte non deve mai spiegarsi. Deve inquietare, incantare, sedurre.
Aubrey Beardsley
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C.C.
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